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Chi Siamo

logo_120x100Ente Morale D.P. 28-6-1956 N. 1716

MEDAGLIA D’ORO AI BENEMERITI DELLE ARTI

Strada Maggiore n° 71 | 40125 BOLOGNA | Tel.: 051-347764

La Sede è aperta il martedì e venerdì dalle ore 17.00 alle 19.00 in giorni non festivi.

e-mail: info@comitatobsa.it

Nel 1899 inizia la logo_bsa_color_500 storia del Comitato BSA. L’esigenza di tutelare l’antico impianto urbano minacciato dall’ indifferenza e dalla volontà di cambiamento espressi dal primo piano regolatore del 1889, portò un gruppo di sensibili e responsabili cultori della storia cittadina e del suo patrimonio artistico a formare un’associazione per promuoverne la salvaguardia e porre in campo suggerimenti e azioni di difesa.
Animatore di quell’iniziativa fu Alfonso Rubbiani, un uomo di alta sensibilità, artista ed idealista, assieme ad altri appassionati quali il conte Francesco Cavazza, il sen. Gaetano Tacconi, il conte Francesco Massei, e mons. Luigi Breventani.
Venne costituito un “Comitato per Bologna Storica e Artistica” finalizzato a promuovere interventi di conservazione e ripristino per gli antichi edifici, con un concetto di restauro che può essere considerato, oggi, troppo interpretativo, ma sempre rispettoso delle caratteristiche stilistiche emergenti.
Uguale attenzione era dedicata alle tinteggiature tipiche della città, che in occasione degli Addobbi decennali, venivano rinnovate troppo spesso con alterazioni dei toni.
Ancor oggi la conoscenza della corretta cromia dei diversi edifici, legata alle valenze storiche intrinseche (epoca di costruzione, stile, presenza nel contesto costruito), deve essere il dato di base per garantire la continuità dell’immagine della scena urbana.

Ben presto il Comitato, per le sue capacità propositive, si impose all’attenzione della pubblica opinione e delle Autorità, instaurando con queste rapporti operativi per procedere al restauro di diversi edifici storici, ottenendo dal Comune un contributo per i proprietari, e in più fornendo gli studi progettuali necessari, compensati dallo stesso Comune con il rimborso delle spese per la redazione e per la direzione dei lavori.

Il Comitato, così, per decenni, svolse un’azione di vigilanza nei confronti dell’edilizia storica cittadina, proponendosi anche come consulente nei vari piani particolareggiati e per i singoli progetti, raccogliendo documenti e promovendo ricerche storiche e tecniche tali da influire positivamente sull’evoluzione del concetto di restauro che si stava  formando.
Sotto l’impulso di Alfonso Rubbiani numerose furono le iniziative volte e a difesa dell’arte, della storia e della cultura locale da parte del Comitato, purtroppo non sempre con positivi risultati: ai primi Novecento tentò invano di impedire la demolizione della cerchia muraria del Trecento che una discutibile cultura igienista volle distruggere ” per dare aria e luce alla città “. Una decina di anni dopo il Comitato si prodigò per evitare la distruzione della antica via Mercato di Mezzo che ricalcava l’antico decumano romano, ma l’ampliamento deciso fu attuato con gravissime demolizioni. L’attuale via Rizzoli fu creata sacrificando numerose testimonianze e demolendo i resti e le basi di ben otto torri fra cui la Conforti, l’Artenisi e la Riccadonna, ancora ben riconoscibili.
Per alcuni decenni il “Comitato” ha gestito in proprio uno studio tecnico-artistico, con la collaborazione di artisti di chiara fama ed artigiani meritevoli Collamarini, Sezanne, Tartarini, Casanova, Pasquinelli, Costa, Mingazzi. Per i meriti conseguiti per la sua attività, al Comitato è stato conferita la Medaglia d’oro dei Benemeriti dell’Arte nel 1942 e, in seguito, con Decreto Presidenziale del 26 giugno 1956, n. 1716, il Comitato è stato riconosciuto Ente Morale.

Il Comitato oggi

Nello Statuto, approvato contestualmente al riconoscimento dello stato giuridico di Ente morale, all’articolo 1, è definito il ruolo culturale dell’Associazione: …ha lo scopo di favorire, promuovere e curare quanto giovi al restauro e alla conservazione degli edifici storici ed artistici, pubblici e privati, ed in generale di tutelare il carattere della città.
Un ruolo culturale che vede gli associati impegnati non solo su posizioni di difesa dei caratteri storici artistici bolognesi, minacciati sempre più dall’incuria, dal degrado e dall’incultura, ma anche a svolgere un’attiva presenza nel dibattito per lo sviluppo della città, nelle nuove condizioni che si presentano.

L’art. 4 dello Statuto infatti ammette tutti”coloro che abbiano particolare conoscenza della storia e dell’arte della città o che per la loro posizione sociale siano in grado di agevolare il raggiungimento degli scopi per cui l’Associazione è costituita”.
Nuovi problemi si presentano nel confronto tra gli abitanti, anche di diverse etnie, che si trovano fianco a fianco nella frequentazione dei luoghi pubblici cittadini, nei luoghi del lavoro, nelle scuole, nelle sedi dello svago e del cosiddetto tempo libero. Lo sviluppo-cambiamento che si riverbera sulle modalità del vivere e convivere dei cittadini e che provoca una continua evoluzione nelle relazioni sociali, negli scambi culturali, nelle forme del commercio e dell’attività produttive, non va contrastato ma deve avvenire nella continuità e salvaguardia dei caratteri specifici di Bologna. La perdita di identità è il primo sintomo della disgregazione sociale in una città.

Bologna si trasforma, ma alcuni valori vanno attentamente mantenuti, assicurando la conoscenza e la condivisione della memoria storica sia alle nuove generazioni sia a quanti hanno scelto di venire a vivere nella città.…
E’ nella natura stessa del Comitato proporsi come punto di riferimento per le diverse istanze e trovare modi e forme di confronto con le altre realtà ed associazioni culturali presenti in Bologna, tenendo sempre presente che il risultato deve essere sì quello di diffondere la vigile e sensibile attenzione sui temi della conservazione dei beni artistici, ambientali (collina, territorio agricolo, zone fluviali), ma più deve perseguire la valorizzazione della città in generale.

Se da un lato deve essere garantita per i monumenti la qualità degli interventi, dall’altro si impone un controllo responsabile anche per tutti quegli edifici non monumentali, che sono classificati come degni di tutela da parte dei piani comunali.
Un compito fondamentale che il Comitato già svolge oggi, e ancor più potrà svolgere in futuro, è quello di polo culturale e centro di informazione ponendo a disposizione agli studiosi e studenti il patrimonio documentale dell’archivio storico, oggetto da alcuni anni di una catalogazione informatizzata per una conservazione attiva.

Un patrimonio che viene continuamente accresciuto grazie ad importanti donazioni di documenti e testimonianze. Tra i più recenti è stato l’importante conferimento da parte degli eredi dell’archivio personale di Guido Zucchini, a cui si è subito provveduto al riordino e catalogazione.

Molti sono gli amanti della cultura bolognese che si iscrivono alla nostra Associazione, a testimonianza della passione e dell’amore che nutrono per la tutela e la valorizzazione della città.

La quota sociale costituisce un incentivo pratico per assicurare la continuità delle pubblicazioni, quali la Strenna Storica Bolognese, edita ogni anno ed arrivata nel 2015 al 65° numero, e il quadrimestrale La Torre della Magione. Inoltre, il Comitato è attivo nel promuovere conferenze e mostre, particolarmente dedicate alla città e al territorio bolognese, particolarmente per la tematica storico-artistica.

CONSIGLIO DIRETTIVO
DEL COMITATO PER BOLOGNA STORICA E ARTISTICA

Presidente : DE ANGELIS Arch. CARLO

Vicepresidente : PALTRINIERI GIOVANNI

Segretario : GALEAZZI Arch. GIORGIO

Vicesegretario : BUITONI Dott. ANTONIO

Economo : PENZO Dott. ANTONIO

Consiglieri : DORIGO Ing. MAUROFANTAZZINI Dott. CESAREFANTI Dott. MARIOFOSCHI Dott. PAOLA

MAGNANI Mons. Dott. RINOMALVEZZI CAMPEGGI Dott. GIULIANO.

Revisori dei conti : PACI Dott. PIEROBULLINI Ing. PIEROZANIBONI ISIDORO.

Comitato di redazione della Strenna Storica Bolognese

Direttore responsabile: DE ANGELIS  Arch.  CARLO
BUITONI Dott ANTONIO
FANTAZZINI  Dott.  CESARE
FANTI  Dott.  MARIO
GALEAZZI Arch. GIORGIO

Curatore:
GALEAZZI Arch. GIORGIO

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ATTINGENDO DALLA STORIA DEL COMITATO BSA

 

STATUTO DEL COMITATO B.S.A.

Ente Morale D.P. 28-06-1956 N. 1716

CENNO STORICO DEL COMITATO
Una adunanza, tenuta il 5 Maggio 1899 per iniziativa del conte Francesco Cavazza e di Alfonso Rubbiani, segnò l’inizio del COMITATO PER BOLOGNA STORICA E ARTISTICA, allo scopo di promuovere restauri e dare direttive per i lavori che si dovevano eseguire in occasione delle Decennali sacre, denominate comunemente Addobbi.
Nel 1902, Alfonso Rubbiani dettava una “Avvertenza d’arte per gli addobbi”, nella quale si consigliava, tra l’altro, di rispettare il “colore tradizionale che ha Bologna nelle sue vie e nelle sue case, notato come caratteristica dai viaggiatori, dagli artisti e dai poeti, e cioè le tinte calde, colorate, rossastre, ariose”.
Il Comitato aveva già forma, con cento soci, scelti fra i cultori delle Belle Arti, gli studiosi di Storia e gli amatori dei monumenti cittadini; aveva un Consiglio direttivo e un Presidente. Il primo presidente fu Gaetano Tacconi.
Il Comune fissò un sussidio annuo a titolo di “concorso a restauri artistici di privata iniziativa”.
Oltre a compiere e promuovere restauri privati, il Comitato diede l’opera sua anche per ripristinare antichi e importanti edifici pubblici: basta osservare il bellissimo centro della città. Così Bologna ha potuto salvare, conservare e migliorare l’aspetto caratteristico dei suoi principali monumenti.
Quanti di questi monumenti sono stati, in passato, deturpati o nascosti da ingombranti soprastrutture, e ora si possono ammirare nella loro primitiva bellezza!
Il Comitato nella sua molteplice attività, curò anche la pubblicazione di interessanti opere di carattere storico-artistico; e fece collocare numerose lapidi commemorative a ricordare luoghi, avvenimenti, scuole dello Studio, personaggi illustri, monumenti, mura e porte: la storia della città scritta nella pietra.
In data 16 Settembre 1942, con R.D., per le molte benemerenze nella tutela del nostro patrimonio storico e artistico, veniva concesso al Comitato la Medaglia d’Oro dei benemeriti delle Arti; e, con D.P. 28-6-1956 N. 1716, il Comitato veniva eretto in Ente Morale.

A.R.

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REPUBBLICA ITALIANA
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Veduto l’atto notarile in data 1° Marzo 1952, n. 16829 di repertorio, a rogito del dott. Francesco Comelli, notaio in Bologna, con il quale viene costituito in quella città un Ente scientifico-culturale denominato Associazione “Comitato per Bologna Storica e Artistica”;
Veduta la domanda del Presidente della suddetta Associazione, intesa ad ottenere l’erezione in Ente morale e l’approvazione dello statuto dell’Associazione stessa;
Veduto lo schema di Statuto predisposto dal Comitato soprariferito:
Veduto l’art. 12 del Codice civile;
Udito il parere del Consiglio di Stato;
Sulla proposta del Ministro per la pubblica istruzione;

Decreta:

Art. 1
L’Associazione “Comitato per Bologna storica e artistica”, con sede in Bologna, costituita con atto notarile in data 1° marzo 1952, n. 16829 di repertorio, a rogito del dott. Francesco Comelli, notaio in Bologna, è eretta in Ente morale.

Art. 2
E’ approvato lo statuto dell’Associazione soprariferita annesso al presente decreto e firmato, d’ordine del presidente della Repubblica, dal Ministro proponente.
Il presente decreto, munito del sigillo di Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica Italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma addì 28 giugno 1956.
F.to Gronchi
C.f.to Paolo Rossi

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STATUTO
dell’Associazione
“Comitato per Bologna storica e artistica”

TITOLO I

Costituzione, scopi, sede dell’Associazione

Art. 1
L’Associazione “Comitato per Bologna storica e artistica” ha sede in Bologna. Essa ha lo scopo di favorire, promuovere e curare quanto giovi al restauro e alla conservazione degli edifici storici ed artistici, pubblici e privati, ed in generale di tutelare il carattere della città.

Art 2
Il patrimonio dell’Associazione è formato:
a) della somma di L. 100.000;
b) dei beni immobili o mobili e dei valori che per acquisti, lasciti, donazioni o, comunque, vengano in proprietà dell’Associazione:
c) delle somme destinate a fornire speciali riserve o accantonamenti fino a che non siano erogate.

Art. 3
L’Associazione comprende due ordini di membri: soci effettivi ed onorari.
Possono essere nominati soci effettivi coloro che abbiano particolare conoscenza della storia e dell’arte della città o che per la loro posizione sociale siano in grado di agevolare il raggiungimento degli scopi per cui l’Associazione è costituita.
I soci effettivi versano annualmente una quota che sarà stabilita dall’assemblea generale dei soci.
Possono essere soci anche gli Enti e le Associazioni.

Art. 4
Possono essere nominati soci onorari studiosi di merito e di fama che con scritti e con opere abbiano addimostrato profonda conoscenza e vivo interesse della storia e dell’arte.
Possono altresì, essere nominati soci onorari gli Enti e le Associazioni che abbiano notevolmente contribuito al raggiungimento dei fini dell’Associazione.

Art. 5
I soci effettivi e gli onorari sono eletti dall’assemblea generale a maggioranza assoluta di voti.
I soci effettivi, qualora credano di dimettersi, debbono presentare per iscritto le dimissioni almeno tre mesi prima della fine dell’anno solare in corso.

TITOLO II

Organi dell’Associazione

Art. 6
Sono organi dell’Associazione:
a) l’Assemblea generale;
b) il Consiglio direttivo;
c) la Presidenza.

Art. 7
L’Assemblea generale è costituita da tutti i soci. Essa si riunisce in via ordinaria una volta all’anno nel mesi di marzo, e in via straordinaria quante volte il Consiglio Direttivo lo deliberi, o ne venga fatta richiesta da almeno un decimo dei soci.

Art. 8
L’Assemblea generale è convocata dal Presidente mediante invito personale diretto ai soci almeno sette giorni prima di quello fissato per l’adunanza. Nell’avviso deve contenersi l’indicazione degli oggetti posti all’ordine del giorno.

Art. 9
In prima convocazione l’adunanza è valida con la presenza della metà più uno dei soci, e in seconda convocazione il giorno successivo, qualunque sia il numero dei presenti purché superiore a dieci.
Ogni socio ha diritto ad un voto ma può rappresentare per delega scritta altri due soci.

Art. 10
Le votazioni si fanno per alzata di mano o per appello nominale, e, trattandosi di persone, per scrutinio segreto.
In via del tutto eccezionale la nomina di persone può farsi anche per acclamazione.
Le deliberazioni sono prese a maggioranza dei presenti. In caso di parità di voti la proposta si intende respinta.
I soci che dichiarano di astenersi dal voto sono computati agli effetti di rendere legale l’adunanza, ma non agli effetti del numero dei votanti.
Nel caso di proposta di scioglimento dell’Associazione occorrerà il voto favorevole di almeno tre quarti dei membri effettivi.

Art. 11
Spetta all’Assemblea generale:
a) di nominare il Consiglio direttivo;
b) di nominare tre revisori dei conti, scelti tra i soci;
c) di deliberare sul consuntivo dell’anno precedente, previe relazioni del Consiglio direttivo e dei revisori dei conti;
d) di deliberare sulle proposte del Consiglio direttivo o su quelle dei soci poste all’ordine del giorno;
e) di deliberare sugli acquisti e alienazioni di immobili e sull’assunzione dei mutui.

Tutte le cariche sono gratuite e durano un triennio. I titolari sono rieleggibili.

Art. 12
Il Consiglio direttivo si compone di undici membri. Esso elegge nel proprio seno il Presidente, il Vice-Presidente, il segretario, il vice-segretario, l’economo il quale adempie anche alle funzioni di tesoriere. Elegge anche uno o più consulenti artistici.

Il Consiglio delibera:
a) su tutte le questioni e le proposte che concernano il raggiungimento degli scopi dell’Associazione;
b) sulla accettazione di donazioni e lasciti, determinandone la regolamentazione e gli impieghi;
c) sul conferimento di premi e di medaglie a chi ne sia reputato meritevole;
d) formula l’ordine del giorno delle sedute dell’assemblea;
e) discute e approva il consuntivo da presentare annualmente al’assemblea generale sullo schema predisposto dall’economo-tesoriere.

In generale provvede all’amministrazione ordinaria e sull’attività della Associazione.

Art. 13
Il Presidente dirige e rappresenta legalmente la Associazione nei rapporti interni ed esterni; dà esecuzione alle deliberazioni dell’Assemblea generale e del Consiglio direttivo; convoca il Consiglio direttivo e stabilisce l’ordine del giorno delle sedute. Presiede l’Assemblea generale e il Consiglio direttivo, sovrintende e controlla la normale attività dell’Associazione.
Il Vice Presidente coadiuva il Presidente e lo sostituisce in caso di assenza o di impedimento.

Art. 14
Il segretario ha l’incarico della compilazione e registrazione di tutti gli atti e della corrispondenza, redige i verbali delle sedute, provvede alle comunicazioni alla stampa e sovrintende alle pubblicazioni dell’Associazione. Ha in consegna la biblioteca e l’archivio.
Il vice segretario coadiuva il segretario e lo sostituisce in caso di assenza o di impedimento.

Art. 15
L’economo-tesoriere provvede all’amministrazione del patrimonio, ha in consegna il mobiliare e tiene il servizio di cassa.
Deposita le somme liquide, non occorrenti alla normale gestione, presso l’Istituto o gli Istituti bancari designati dal Consiglio Direttivo.
Entro il mese di febbraio compila il conto consuntivo dell’esercizio finanziario chiuso al 31 dicembre dell’anno precedente e lo sottopone all’esame ed approvazione del Consiglio, indi ai revisori dei conti per essere presentato all’assemblea entro il 31 marzo.
Art. 16
I revisori dei conti nominano tra loro il proprio Presidente. Essi controllano la gestione amministrativa dell’Associazione e ne riferiscono all’assemblea generale ordinaria insieme al consuntivo.

Art. 17
I consulenti artistici hanno il compito specifico di attuare le finalità artistiche dell’Associazione.

TITOLO III

Norme di amministrazione

Art. 18
I beni costituenti il patrimonio dell’Associazione debbono essere descritti in particolari inventari.
Le somme provenienti dalla alienazione dei beni, da lasciti o da donazioni o che comunque fossero da investirsi a patrimonio devono essere impiegate in titoli nominativi dello Stato o garantiti dallo Stato.

Art. 19
Le entrate sono costituite:
a) dall’ammontare delle quote sociali;
b) dagli interessi attivi e dalle altre rendite patrimoniali;
c) dalle somme incassate per gli atti di liberalità e per qualsiasi altro titolo, come vendite di pubblicazioni, servizi resi a terzi, ecc.

Art. 20
L’Associazione non ha impiegati propri. Il Consiglio direttivo ha facoltà di provvedere ai servizi interni nel modo che riterrà migliore, esclusa ogni assunzione di personale.

Art. 21
Gli ordini o mandati di pagamento sono firmati dal presidente o da persona da lui delegata e controfirmati dall’economo-tesoriere.

Art. 22
Per quanto non previsto dal presente statuto la Associazione è regolata dalle vigenti disposizioni di legge in materia.

Art. 23
Non oltre il mese di gennaio di ogni anno il Presidente trasmette al Ministero della pubblica istruzione una relazione sull’attività svolta dalla Associazione nell’anno precedente.

Visto: d’ordine del Presidente della Repubblica
Il Ministro per la pubblica istruzione
T.to Paolo Rossi

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AVVERTENZE D’ARTE PER GLI “ADDOBBI”

COMITATO PER BOLOGNA STORICO – ARTISTICA

Ai Signori Capi–mastri – Decoratori – Imbianchini – BOLOGNA

Il nostro Comitato, di cittadini che amano il decoro artistico della città e il rispetto di quante antiche cose danno a Bologna un carattere speciale storico, è sempre persuaso che nei rinnovamenti decennali, degli Addobbi, si deve agire anche dai capi-mastri, decoratori, imbianchini con molta avvedutezza per non guastare le cose d’arte e per riparare anzi ai guasti e agli errori commessi altre volte.
Le sollecitudini del nostro Comitato per migliorare i tinteggiamenti e promuovere ristauri sensati nelle case non furono senz’effetto nei decorsi anni; e dobbiamo ringraziare i parecchi capi-mastri, decoratori e imbianchini che coadiuvarono gentilmente il Comitato e ne chiesero i buoni consigli.
Anche quest’anno il Comitato si tiene a loro disposizione per essere consultato nei casi speciali, ma fin d’ora crede utile diramare alcune avvertenze.

1. Il colore tradizionale che ha Bologna nelle sue vie e nelle sue case, notato come una caratteristica dai viaggiatori, dagli artisti e dai poeti, e cioè le tinte calde, colorate, rossastre ariose, devono essere rispettate. Meglio è ripetere le vecchie tinte, che mutarle per desiderio capriccioso di novità o di moda in tinteggiamenti grigi o freddi o fanghigliosi i quali sono assolutamente da bandirsi.
2. In tutte le case intonacate che hanno carattere architettonico per esempio del settecento, e sono molte, si consiglia di ricercare colle raschiature le primitive tinte, di campionarle con diligenza e di ripeterle. E questo dicasi tanto pei muri, quanto per gli ornati a rilievo, quanto pei cornicioni di legno o di materiale che essi sieno.
3. Si consiglia di non inverniciare a biacca o tinte chiare o di porporina le inferriate dei piani-terreni nelle vecchie case; ma di nero opaco.
4. Si prega di non intonacare le case antiche che trovansi ora a muro scoperto o perché furono costruite così o perché l’antico intonaco, che era quasi sempre dipinto a ornati, è col tempo caduto.
5. Si prega di non tinteggiare di nuovo a calce le case vecchie che erano sagramate, ma di lavare anzi le sagramature dai residui di imbianchiture; di acconciare la sagramatura e farne pulizia con una mano di olio cotto, olio di lino, terra rossa e terra d’ombra in debite proporzioni, in guisa che ne risulti un tono forte, non molto brillante e senza luccicore di verniciamento.
6. Si consiglia dove sono negli archi dei portici o alle finestre ornati in terra cotta del quattrocento, di lavare le terre cotte con diligenza dalle grossezze di calce o di vernici e di tinteggiarle ad olio in rosso scuro smagrando la vernice con acqua ragia.
7. Si consiglia, nelle colonne o nei pilastri ottagoni in laterizio dei portici del quattrocento, di ricercare se originariamente erano di fina costruzione, nel qual caso sarebbe bella osa togliere gli intonachi fatti più tardi per negligenza, e ristaurare con diligenza il laterizio dove appare guasto e fare pulizia dei detti piloni ottagonali o colonne con una o due mani di olio, in rosso, come sopra si è detto, per le terre cotte.
8. Per gli stipiti di porta o pei capitelli in macigno, che siano del quattrocento o cinquecento, si consiglia di non rinnovare i verniciamenti o i tinteggiamenti a calce; di nettare dalla grossezza di vernice o di calce gli ornati con istecche di legno, brusche e dissolventi; di lasciarli a materiale scoperto, al più proteggendoli con una mano di silicato di potassa.
9. Si avverte che sarebbe pessima idea di ristauro nelle case del quattrocento, che mostrano le traccie delle antiche finestre, variare di queste il numero, le distanze e le ampiezze per ragioni di comodità: In tali casi meglio è abbandonare il desiderio di uniformare lo stile dell’edifizio, meglio lasciare come sono le traccie delle antiche finestre otturate, e mantenere per servizio di luce le finestre d’altro stile aperte col tempo in sostituzione delle antiche.
Si consiglia di non mettere a cortina scoperta di mattoni col ferro i palazzi e le case del cinquecento, del seicento e del settecento, come purtroppo taluno fece. Tal modo di finitura dei muri è affatto contrario all’architettura e alle tecniche murarie di quei secoli qui in Bologna, e riesce talmente ad oscurare il carattere storico di quelle costruzioni da farle credere costruzioni recentissime condotte in istili antichi più tosto che costruzioni antiche debitamente risarcite dai guasti del tempo. Per codesti edifizii devesi rinnovare caso mai il primitivo finimento o a sagramatura lisciata o ad intonaco secondo le traccie, che quasi certamente non vi mancano per chi le ricerchi.
Si prega di rispettare e non toccare nei muri e nelle terre cotte nelle case del quattrocento la patina data dal tempo; uguagliando solo con patinature artificiali o velature i tratti di muro o di ornato che si dovessero rifare, al colore dell’edificio, evitando di ripassare tutto l’insieme.
Avvertasi che in talune case del quattrocento o del cinquecento si può riscontrare che erano tinteggiate di rosso molto abbrunato dal tempo, dato a buon fresco sopra leggero intonaco, coi corsi della mattonatura indicati a pennello in bianco di poco corpo.
Ora quando si trovassero tali intonachi così dipinti, ma coperti e guasti da successivi tinteggiamenti più moderni, sarebbe ottimo provvedimento lavare questi tinteggiamenti moderni per rimettere in vista l’antico intonaco dipinto. Per tale modo un certo numero di case della Rinascenza può essere ricondotto all’aspetto conveniente allo stile dell’epoca.
E’ da evitarsi nelle case del quattrocento o cinquecento intonacate, ogni tinteggiamento pittoresco a mattoni dipinti di vari colori, come taluno fece. Un fondo di rosso coi corsi indicati in bianco è il solo modo di finimento dipinto che sia confortato da esempi antichi per la nostra Bologna.

Nell’offrire questi avvertimenti e questi consigli, frutto di lunghi studii e di molto amore, a quanti per l’arte loro del muro o della decorazione trovansi così spesso arbitri della storia o del decoro delle vie pubbliche cittadine, noi ci offriamo personalmente quasi come amici e colleghi, pronti a migliori e più speciali spiegazioni.

Comm. GAETANO TACCONI, Presidente
Conte Comm. FRANCESCO CAVAZZA, Vice-presidente
Cav. Dott. ADOLFO MERLANI, Cassiere – FULVIO CANTONI, Segretario
Dott. LODOVICO FRATI – Conte Cav. PROCOLO ISOLANI – Cav. ALFONSO RUBBIANI – Prof. Cav. ANTONIO SILVANI – Prof. ALFREDO TARTARINI, Consiglieri

 

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I VANDALI A BOLOGNA

(Pubblicato dal COMITATO BSA nel luglio 1916)

Un po’ di storia…

Bologna, un giorno, al pari di tante altre città italiane, aveva un centro famoso per memorie storiche, per monumenti del Medioevo e della Rinascenza impreziositi da elementi classici, per vie strette e pittoresche che tortuosamente sboccavano nelle piazze austere e solenni, per mille elementi di storia e di arte che concorrevano ad accrescere il suo carattere estetico.
Ciò sfuggiva al Baedeker: pochi gli stranieri e meno gli italiani che sostavano a scoprire le bellezze della nostra rossa città. Ma il piccolo centro conservava intatta l’anima gioviale del popolo bolognese, povera di mezzi ma ricca d’intendimenti, solenne sempre nelle gioiosità e nelle feste: il piccolo centro pulsava della vecchia vita e del vecchio sangue petroniano.
Finché circa quarant’anni fa, gli edili municipali convennero di togliere gli inconvenienti igienici, che si annidavano fra le case e casupole del centro.
L’intendimento fu più che lodevole: la sua attuazione assai infelice. Malauguratamente in quei giorni nessun libro di storia bolognese, nessuna raccolta di documenti, non una di quelle buone antiche vedute scenografiche della città si trovò per caso sul tavolo degli edili municipali: non vi erano che lapis, righe e squadre. E fu facile cosa, maneggiando tali istrumenti, creare grandi strade ed enormi palazzi, scimiottando le grandi città dell’Estero e creando un nuovo centro buono tutt’al più per i quartieri che già si stavano progettando ed eseguendo alla periferia della città.
Nessuno pensò che tracciando con sublime leggerezza due o tre righe ad angolo retto si distruggevano tanti e tanti elementi preziosi di antichità venuti su lentamente coi secoli e testimoni di notevolissimi fatti storici.
Da parecchi anni quel facile tracciato di righe, che prese il nome di piano regolatore, rimase nella residenza municipale.
Poi un’Amministrazione, benemerita per tanti altri motivi, si accinse all’applicazione del piano regolatore.E’ noto come altri, all’infuori degli edili municipali, scendesse subito in campo per combattere la colpevole leggerezza, colla quale era stata ideata la sistemazione del centro. Alfonso Rubbiani, l’unico vero amante della sua città, l’unico degno di coordinare le ragioni di viabilità e di igiene con quelle storiche ed estetiche, si affrettò a contrapporre all’assurdo piano ufficiale un altro progetto, che aveva per fondamento l’allargamento di via Caprarie ed Orefici, piuttosto che quello di via Rizzoli.
Naturalmente il suo progetto non fu preso in considerazione che da alcuni artisti locali e da qualche giornale di Roma: i lavori di demolizione cominciarono indisturbati.
Fu allora una appassionata e affannosa azione di Rubbiani e dei suoi per salvare almeno alcuni preziosi monumenti minacciati dalla provincialissima attuazione del piano regolatore. Tra la disattenzione del pubblico, la accidia dei giornalisti, la piccola noncuranza degli artisti, furono lanciati grida di aiuto per la salvezza della casa dei merciai, attigua al palazzo del Podestà, e per la conservazione della casa dei Beccai, in via Caprarie: ambedue notevolissime per gli avanzi di loro antica forma, per il loro significato e ricordo storico, per la loro innocentissima ubicazione, che non danneggiava per nulla il mirabolante piano regolatore.
Naturalmente, e ben presto, le due case furono rase al suolo: e così gli avanzi della torre Lambertini e così la loggia architettata dal Peruzzi in via Orefici e così un’altra in via Rizzoli, appartenuta ai Tosapecore.
Al posto delle piccole vecchie case, al posto delle torri, al posto dei vicoli pittoreschi, sorsero, e stanno, due enormi parallelepipedi, che, quand’anche della migliore architettura del mondo, hanno irreparabilmente rovinato la bellezza del centro di Bologna. Tra la solennità composta e magnifica della Piazza Maggiore e di quella del Nettuno e tra il pittoresco aggruppamento delle due torri, del palazzo degli Strazzaroli, di S. Bartolomeo in Piazza Ravegnana vicina alla Mercanzia incastonata ancora nel suo antico e naturale anello di edifici, i due nuovi palazzoni sono i veri esponenti della grettezza e della vana burbanza del piano regolatore.

IL PROGETTATO VANDALISMO

Un terzo mostruoso palazzo sta progettandosi a perpetrare l’ultima rovina del centro di Bologna.
E la rovina sarà anche maggiore che nei primi tratti di via Rizzoli, perché consumata nella immediata vicinanza di piazza Ravegnana e dei suoi monumenti.
Quando nel 1909 Alfonso Rubbiani pubblicò il suo progetto di allargamento di via Caprarie, vi unì, tra le altre, una prospettiva disegnata dal Pontoni, colla quale mostrava l’aspetto dell’ultimo tratto di via Rizzoli con alcune torri isolate dalle casupole circostanti.

“Liberate le Torri di Tarlato Pepoli (o dei Riccadonna) e degli Artenisi davanti al fantastico quadro di cui i nostri disegni vogliono dare idea, la visione che Giosue Carducci ebbe della turrita Bologna immaginandola più che altro per virtù di profonda cultura storica, sarebbe meglio fatta chiara e tangibile a tutti”.

La stampa locale non si curò di queste nobilissime parole, né di altre pronunciate dopo: le due povere torri, colpevoli di essere non più alte di 25 metri, vissero nascoste ed insidiate.
Ora tutta la città conosce la questione delle torri: in tutti i caffè se n’è parlato e se ne parla: molti consessi artistici hanno formulato voti: i pareri sono divisi.
Si rimprovera ai sostenitori delle torri di essere scesi in campo troppo tardi, ma i cartoni del Comitato per “Bologna storico-artistica” conservano le proteste e i ricorsi e gli articoli scritti dal 1909 ad oggi a favore della questione.
Se la stampa se ne è occupata solo quando era ed è imminente la demolizione delle torri, forse è scemato il valore degli argomenti o è diminuita l’autorità di chi se ne occupava prima?
Per i non bolognesi la fotografia qui unita darà una idea delle due torri quali ora si vedono contornate da misere costruzioni d’informe architettura: per i non bolognesi basti il sapere che le torri Riccadonna, Artenisi e Guidozagni sono costruzioni in laterizio del secoli XII-XIII, singolari per le loro particolarità tecniche di basamenti di gesso, di porte a blocchi pure di gesso, di finestrelle a sesto circolare, caratteristiche per il loro raggruppamento, importanti per il ricordo dei tempi gloriosi di Bologna libero comune, fiera rivendicatrice dei suoi diritti in faccia all’imperialismo settentrionale.

Fu appunto per iniziativa del Comitato per “Bologna storico-artistica”, guidato allora da Alfonso Rubbiani, che la questione passò in seno al Consiglio Superiore di Belle Arti. Purtroppo i tre delegati, tra i quali due illustri estinti, cedettero alle insinuazioni degli edili municipali e a quelle dei finanzieri ufficiali. Il terzo palazzo di via Rizzoli fu approvato, purché di limitata altezza, la torre Riccadonna condannata perché d’intoppo alla viabilità, la torre rtenisi destinata ad essere liberata dalle costruzioni circostanti al fine di poterla studiare, le case Reggiani decretate indemolibili per mantenere la divisione tra le due mirabili piazze della Mercanzia e di Porta Ravegnana.
Coll’approvazione del palazzone cominciarono i guai. Venduta o quasi, l’area dove sorgono le torri della Provincia di Bologna, l’ufficio tecnico provinciale progettò l’enorme dado senza, naturalmente, tenere alcun conto dei consigli della Giunta Superiore: cosicché anche ora nei corridoi del vecchio palazzo Comunale e Provinciale si sussurra che si demoliranno torri e case Reggiani e forse anche chi le sostiene colla penna e colla voce.
Dato il tenace intendimento vandalico del Comune e della Provincia sorsero parecchie voci di protesta.
E in prima la stampa locale, quasi unanime, si è scagliata contro chi vuole distruggere gli antichi avanzi dell’epoca più bella della città: basti citare gli articoli dell’Avvenire d’Italia, del Giornale il Mattino e del Resto del Carlino: articoli di persone di ogni partito e di ogni autorità: il Mazzuccato del Giornale del Mattino, il prof. Del Vecchio, il dott. Cosentino e quel che è più Guido Podrecca. Si era tanto ripetuto che la campagna per le torri era una fase di lotta politica tra clericali e socialisti. A nessuno passerà per la mente che il Podrecca sia un clericale!
Poi vennero gli articoli dell’Idea Nazionale e del Giornale d’Italia: poi i voti dei più autorevoli e direttamente interessati consessi artistici e storici.
La Società Francesco Francia nella seduta del 29 ottobre 1915 votava all’unanimità il seguente ordine del giorno:
“La Società Francesco Francia esaminata la questione della conservazione delle torri Artenisi e Riccadonna, vagliati i diversi pareri espressi da Enti Cittadini, da Autorità governative, da artisti e da intenditori, fa voto che nella demolizione dei fabbricati del terzo lotto in via Rizzoli siano risparmiate le due torri, affinché più sicuro possa riuscire il giudizio circa la loro importanza e soprattutto circa il loro valore prospettico.
“Inoltre fa voto che da parte del Ministero della Pubblica Istruzione vengano sollecitamente disposizioni atte ad impedire che si attenti alla integrità delle torri stesse, prima del parere delle Autorità competenti”.

VANDALI-1

La Commissione regionale per la conservazione dei monumenti, riunitasi il 7 ottobre 1915, riesaminò e discusse il progetto Rubbiani in relazione al progetto attuale di completa demolizione dei fabbricati esistenti e di costruzione di un grande fabbricato moderno.
Considerando la importanza storica delle torri degli Artemisi e dei Riccadonna che sorgono sul terzo lotto di via Rizzoli ha formulato il voto che nella demolizione esse vengano risparmiate perché si possano esaminare e si possa inoltre osservare l’effetto estetico di esse in mezzo alle costruzioni che le circondano.
La locale Deputazione di Storia patria nella tornata del 21 novembre 1915 espresse il parere che le torri venissero conservate: e il presidente prof. G. Ghirardini, membro del Consiglio Superiore delle Belle Arti (I° Sezione) ebbe vivissime e nobilissime parole di protesta per l’atto vandalico che si vuole compiere a danno della città.
Infine il Comitato per Bologna storico-artistica, che incessantemente ha tenuto viva la questione, inviò nell’ottobre del 1915 al Ministro della Pubblica Istruzione le seguenti parole:
“ Il Consiglio Direttivo del Comitato per Bologna storico-artistica rievocando il ricordo del compianto Alfonso Rubbiani che fu strenuo e fervido propugnatore della conservazione delle torri Artemisi e dei Riccadonna:
1° esprime vivissimo rammarico che non si sia tenuto conto del progetto da lui presentato a nome del Comitato, secondo il quale ambedue le torri sarebbero rimaste libere nell’ampliata via prospiciente le case Reggiani;
2° affida alla presidenza il mandato di sottoporre ancora una volta al Comune e alla Provincia di Bologna le ragioni ideali e storiche che consigliano la conservazione delle due torri, e di studiare d’accordo con gli Enti stessi se sia possibile giungere a questo fine o mediare l’arretramento verso ponente del Palazzo destinato agli uffici provinciali o in qualsiasi altro modo che meglio si concilii con le esigenze economiche ed edilizie delle nuove costruzioni”.
Davanti ai voti di tanta gente, che, mettiamo per un momento, non rappresentano gli ultimi venuti nel campo storico-artistico, il Consiglio Superiore delle belle Arti, recatosi più volte in luogo, emise il voto del 7 gennaio 1916 nel quale, come era facile immaginare, si dilungò nel parlare del nuovo palazzo della Provincia, della sua futura altezza e planimetria e forma, consigliando come ultima cosa all’ufficio tecnico della Provincia di studiare un nuovo progetto, che potesse includere e salvare la torre Artenisi e un pezzetto di quella Guidozagni.
Il consiglio suona ironia, specie se fatto ad un ufficio tecnico!
La Giunta Superiore ribadì poi il divieto di demolire le case Reggiani, per la loro importanza planimetrica rispetto alla Piazza Ravegnana. E va bene: ma colla stessa autorità non potevano i membri della Giunta, piuttosto che perdersi in piccole discussioni sul palazzone futuro, sinceramente riconoscere l’analoga importanza planimetrica ed estetica delle torri Riccadonna, Artenisi e Guidozagni, siano pure basse, siano pure guaste, siano pure prive di affreschi di Michelangelo, o di sculture di Jacopo della Quercia?
In coda al voto del Consiglio Superiore si legge che delle torri si dovranno COMUNQUE trarre accurati rilievi.
No, on. Membri del Consiglio, no comunque. Sono le torri che devonsi conservare per prima cosa, per il decoro del luogo e della città: quando si decide comunque di fare un rilievo, è più semplice affermare che il monumento è condannato per sempre; confessare che è necessaria la sua demolizione.
Nessun articolo, nessun voto, nessun parere veramente serio è uscito dalla penna o dalla bocca dei demolitori delle torri.
Si obietta che sono piccole.
Forse che mai si è misurata l’estetica col metro?
Si obietta che sono brutte e prive di ornamento.
Forse che, data la povertà dei monumenti medioevali di Bologna, fatti di poverissimi mattoni, si potrà con questo concetto demolire tutto quanto non contenga marmi, pitture, oggetti preziosi? E cosa devono essere le torri del medioevo, se non torri massiccie, fiere, vestite quasi a guerra, preparate certo a difesa, e non mascherate a festivals come tanti palazzi moderni?

VANDALI-2

Si obbietta che le torri isolate non rappresentano quanto esisteva nel secolo XII o XIII, mancando le casupole che le cincondavano.
Ma anche le torri Asinelli e Garisenda in sul finire del secolo XIII furono liberate dalle case, che le stringevano alla base: e nessuno pensò mai che tale liberazione volesse dire anche demolizione delle torri. Il concetto poi di abbattere quanto rimane di antico perché incompleto vorrebbe dire la rovina di tutto il patrimonio archeologico e storico di tutto il mondo: sì che è inutile soffermarvisi.
Si obbietta che il piano regolatore deve pure essere eseguito per le ragioni di viabilità e di igiene, che gli hanno dato vita e ragione.
E chi vieta di dare fine al famigerato piano con un terzo palazzo in via Rizzoli? Si chiede solo di costruirlo di minori dimensioni, più in arretrato rispetto alla piazza della mercanzia e a quella di Porta Ravegnana. Lasciando vivere in pace le povere torri, che non hanno mai fatto e non faranno mia male a nessuno.
Si obbietta che il Comune di Bologna perderebbe parecchie migliaia di lire, corrispondenti all’area lasciata scoperta a favore delle torri.
Ma, tralasciando di notare che le autorità artistiche devono giudicare a ragione di arte e non di finanza, quale sacrificio farà il Comune, se dovrà rinunziare alla spesa occorrente alla demolizione delle case Reggiani, somma ben superiore a quella ricavabile dalla vendita dell’area, ove sorgono le torri?
E allora quale ragione seria portano i demolitori?
Nessuna, nessuna, nessuna.
Il Consiglio Superiore pertanto è favorevole implicitamente alla demolizione delle torri e vieta quella delle case Reggiani.
Va bene: si costruisca pure l’enorme palazzone di stile antico-moderno. Crede il Consiglio Superiore che le autorità Municipali e Provinciali vorranno mantenere la facciata del loro palazzo per più di 20 metri di lunghezza a una distanza di circa 10 metri dalle case Reggiani?
Possibile che proprio ora dimentichino i principi tanto strombazzati di viabilità, di larghezza stradale, di enorme concorso di veicoli e carri e pedoni, invocati per demolire specialmente la torre Riccadonna?
Se vorranno essere logici, dovranno passare sopra ai deliberati della Giunta Superiore e demolire le case Reggiani.
Ecco a che cosa si riferirà il tentennamento superiore tra le contingenze storiche e quelle finanziarie.
E le due piazze (Mercanzia e Porta Ravegnana) si fonderanno in una sola, causando la più brutta visione della Mercanzia, sformando tutto il vecchio centro.
Se la Giunta Superiore, riconosciuta sinceramente l’importanza delle torri, dovrà sospenderne le demolizioni, potrà trovarsi l’Ente che alleggerirà momentaneamente il Comune per la minore entrata finanziaria.
Ora conviene ricordare, e lo diciamo ad alta voce, che lo stesso Consiglio Superiore ha deciso di sospendere la demolizione delle torri finché non si possano studiare libere dalle costruzioni di cui ora sono circondate.
La fotografia, di cui uniamo la riproduzione, mostra che le case che circondano le torri ne disturbano la visione.
Vorranno i demolitori neanche concederci di vedere per un sol giorno le torri liberate e fuse col gruppo delle sorelle maggiori, con S. Bartolomeo, con il palazzo degli Strazzaroli, colle case Reggiani, colla Mercanzia, formando un insieme tra i più belli d’Italia, che i barbari del Nord, che noi tacciamo di vandalismo, conserverebbero con venerazione?
Bologna, luglio 1916 – Coop- Tip. Azzoguidi

 

COMITATO PER BOLOGNA STORICA E ARTISTICA

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